Il Signore Gesù è riconosciuto mentre parlava: chiunque vuole comprendere ciò che ha ascoltato si affretti a mettere in pratica quello che è riuscito a capire (Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli)
La strada e il cammino sono esperienza del discepolo, di colui che vuole “mettersi dietro” al Maestro, che vuole percorrere le sue strade, mettendo i propri passi sulle orme già tracciate ed evidenti nei solchi del terreno per condividere un viaggio che conduce ad una meta quale è la pienezza di vita.
Ma il viaggio, il cammino sono anche luoghi di smarrimento e di indecisione: quante volte ogni uomo si trova a dover continuamente decidere di fronte al bivio della storia che costruisce la sua singolare e irripetibile esistenza?
Passi speranzosi si muovono in avanti e avvicinano, ma anche passi delusi e tristi che si allontanano: è l’esperienza dei due discepoli che si lasciano alle spalle Gerusalemme dopo i fatti della Passione e della Croce di Gesù per dirigersi verso Emmaus, cittadina che dista “circa undici chilometri” dalla città santa.
La desolazione guida i passi dell’inquietudine e rende il volto triste: la Croce ha sconvolto il cuore e ormai non c’è tempo per attendere una qualsiasi novità.
Ma il Risorto non lascia nessuno solo: Gesù non permette che il sepolcro sia l’ultima parola né per Lui né per i suoi discepoli e così “in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. E’ necessario un cammino interiore che illumini di nuovo la mente: questa volta la preoccupazione di Gesù non è quella di far vedere i segni della Passione sul suo Corpo per accreditare la sua presenza, ma è l’intelligenza delle Scritture.
Il Cristo Risorto rimprovera i due amici “stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti” e li rincuora “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”.
Essi erano rimasti fermi ad un Gesù, Maestro ma forse non così saldi nella fede da crederlo il Figlio dell’Onnipotente, persino le loro parole sono eloquenti circa il loro viaggio ormai fermo e poco speranzoso per cui si trovano a dire allo straniero viandante con loro “ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso”.
E pur narrando l’annuncio della Risurrezione che le donne hanno portato agli Apostoli, questi due discepoli restano fermi a ciò che non hanno visto: infatti “alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.
Il Risorto comprende che il loro cammino di discepoli è ancora immaturo ma pronto ad essere liberato dalle catene che stringono i loro piedi e che precludono il viaggio, non solo: Egli spiega passo passo le Scritture e compie per loro, e solo per loro, il gesto del Pane spezzato nell’Ultima Cena e “quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”. Ecco che “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista”.
Ora sulla mensa c’è la nuova reale presenza del Cristo morto e risorto: il Pane!
La tristezza è abbandonata e “l’ardore nel petto” diviene motivo della ripresa del cammino per cui “partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”.
Gesù Risorto invita ciascun discepolo a tornare sui luoghi della Passione e della Morte per comprendere la vitalità della Risurrezione.
Mistero grande restano i fatti e gli eventi di questi giorni di Pasqua, giorni di sofferenza, di silenzio, di assenza e di nuova e reale presenza del Figlio di Dio in mezzo agli uomini. Ed ecco i due discepoli: hanno condiviso con Gesù di Nazareth un cammino, e il Cristo Risorto li riporta non solo alla verità delle Scritture ma alla Chiesa radunata a Gerusalemme. L‘autenticità della fede non è data da un’esperienza esclusivamente personale, vera ma pur sempre personale, ma dalla Parola della Chiesa: per questo essi tornano nella Città della Pace “dove trovarono riuniti gli Undici”.
Anche Pietro nel suo discorso ribadisce che solo il sangue di Cristo ha liberato l’uomo da quella schiavitù che lo teneva intrappolato, frenando il suo cammino di sequela: “foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo”; sequela che non si ferma all’angoscia della Croce ma che si apre alla Gloria della Risurrezione, una Gloria resa visibile e manifesta; infatti dice l’Apostolo Pietro “negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti”.
Credere in Gesù significa mettersi in cammino dietro di Lui e, credere che il Risorto sia il Crocifisso, significa sedere alla mensa e nutrirsi di un pane che resta nutrimento per la vita e che accompagna sui sentieri della vita eterna. Perché mangiamo l’Eucaristia?
Perché il Risorto nutre la fede, la speranza e la storia di ogni credente che si mette dietro di Lui e che in Lui vede raccontato l’amore del Padre.
“Cleopa”, discepolo che ha un nome e un volto diventa il simbolo del credente che si lascia cercare per nome e che lascia entrare nella sua fragile storia il Risorto; e l’altro discepolo?
Perché non vedere in lui ciascuno di noi, bisognoso di essere svelato da una persona che, con la sua Grazia, illumina la nostra esistenza attraverso quella luce che non solo rischiara ma che addirittura scalda e dà vita, che rimotiva un cammino e appassiona il camminare?
Il viaggio diventa veramente esperienza di nuova creazione: così come i due discepoli tornano a Gerusalemme rinnovati da uno “straniero”, anche ciascuno di noi non può essere lo stesso dopo un incontro: cambiamo direzione perché rinnoviamo la nostra passione e il nostro entusiasmo. Troviamo la forza di tornare a ciò che avevamo abbandonato; rientriamo nella Chiesa con la vitalità di chi ha ripreso in mano la sua storia di discepolo; amiamo quelle sofferenze che sono emblema di una Chiesa che vive la vita fraterna.