Il Signore mi ha guidato negli stretti sentieri della sua giustizia che pochi percorrono e non a motivo dei miei meriti, ma a motivo del suo nome (Sant’Agostino, commento al salmo 22)
La Chiesa tutta è invitata in questa giornata a pregare per le vocazioni di speciale consacrazione e, in questa quarta domenica di Pasqua dedicata a Cristo Buon Pastore, Papa Benedetto XVI scrive il messaggio nella 45^ giornata mondiale di preghiera per le vocazioni dal tema “Le vocazioni al servizio della Chiesa-missione”.
Guardare a Cristo Buon Pastore significa conformarsi ad un amore che supera ogni limite e va oltre gli sguardi raggiungendo i confini del mondo, passando attraverso il cuore degli uomini: scrive infatti il Santo Padre in questa giornata di preghiera “è necessario mantenere vivo nei fedeli un attivo senso di responsabilità missionaria e di partecipazione solidale con i popoli della terra”. E aggiunge: “il dono della fede chiama tutti i cristiani a cooperare all’evangelizzazione”.
E citando Paolo VI continua affermando che, grazie alla presenza e all’azione missionaria di apostoli del nostro tempo, volontari e liberi, è possibile annunciare il Vangelo sino ai confini del mondo “con un apostolato contrassegnato da una originalità, una genialità che costringono all’ammirazione”.
Vocazioni al ministero sacerdotale e alla vita consacrata che non hanno il sapore di questo amore senza confini, rischiano di far crollare su se stessa una Chiesa che è stata personalmente inviata, fin dalle origini, dal suo Maestro “alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 9).
Infine, soffermandosi su Paolo, Papa Benedetto XVI conclude definendolo “autenticamente Apostolo: egli è il più grande missionario di tutti i tempi”.
Una delle immagini più care alla Sacra Scrittura è proprio quella di Javhé che guida il suo popolo, immagine che passa attraverso le singole chiamate di quegli uomini che diverranno a loro volta guide e profeti, capi e fratelli in mezzo agli uomini; chiamate anche di donne che porteranno semi di saggezza attraverso la loro maternità o nel segno della loro conversione al Dio dell’Amore.
Ciò che unisce queste varietà di interventi di Dio sull’uomo è proprio l’immagine reale della presenza divina che accompagna l’uomo, che lo segue passo passo e si prende cura del suo popolo.
E’ il Dio-Pastore che spiana davanti alle sue creature la strada della vita: “Và, esci, verso il paese che ti farò vedere”, le Parole divine dette ad Abramo; “Và e non temere, io sarò con te”, la Presenza viva di Javhé nel suo servo Mosé; “preparati a condurre il mio popolo nella Terra che ho promesso”, si sentirà dire Giosuè prima di entrare in Canaan. E così fino ad arrivare ai profeti scelti, nonostante la loro difficoltà, a comprendere la volontà stessa di Dio: “se sentirai chiamare di nuovo rispondi così: parla Signore, il tuo servo ti ascolta” costituendo il profeta Eli strumento della voce divina per il giovane Samuele; oppure rivolgendosi a Geremia Egli dice “non preoccuparti se sei troppo giovane: và e riferisci quel che ti dirò”; e ancora ai re eletti direttamente dalla voce di Dio “alzati, ungilo: è lui” quando sceglierà Davide, il più piccolo di figli di Saul.
Ma di esempio sono anche quelle donne nelle quali si rivela la forza d’amore di Dio che sta davanti all’umanità per condurla alla pienezza della vita: così sarà per Ester, “donna bellissima e affascinante” –dice la Scrittura- scelta come regina dal Re Assuero che intercede perché non venga distrutto il popolo degli Ebrei e, rivolgendosi al suo re e signore, ella implora “come potrei assistere alla rovina del mio popolo?”.
Senza tralasciare gli eventi fondativi della presenza di Dio, guida amorevole, nelle donne: Eva “madre di tutti i popoli”; Sara, sulla quale sarà profetizzata la maternità in Isacco dalla visita dei tre uomini stranieri, “sorride dietro la tenda”; Anna, divenuta madre di Samuele, la cui tristezza “era scomparsa dal suo volto”; Elisabetta, moglie del sacerdote Zaccaria che, nel concepimento di Giovanni il battezzatore, dirà “finalmente Dio ha voluto liberarmi dalla condizione di vergogna di fronte a tutti”; per giungere infine a Maria, madre di Gesù, le cui parole divine diventano carne in Lei “non temere, quel che è generato in te è frutto dello Spirito Santo” e del bambino si dirà “Egli sarà grande e chiamato Figlio di Dio”.
Altri esempi attraversano la Scrittura e rivelano che la chiamata è frutto di una decisione di Dio a cui l’uomo risponde con il suo assenso: la risposta dell’uomo è segno di una decisione che deve restare libera e deve rivelare la maturità personale.
Questo significa che ancora oggi Dio si rivela nel tempo e nella storia con la sua Voce, una voce che chiama al servizio: Dio elegge un singolo e lo costituisce suo strumento per elevare la vita dell’umanità intera.
Eccoci al cuore di questa giornata mondiale di preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione: “pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38); una preghiera che ravvivi ogni vocazione al servizio e alla missione.
Significativa in questa giornata può essere la domanda che la gente fa a Pietro e agli Apostoli riguardo Gesù morto e risorto “che cosa dobbiamo fare?”, quasi a dire “cosa ci chiede veramente il Signore?”.
E Pietro sarà chiaro nella risposta che scrive nella sua lettera esclamando “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio”. Quale esempio?
In questo tempo pasquale Gesù si rivela come prolungamento dell’amore del Padre “in verità vi dico: io sono la Porta delle pecore”, non si può entrare e uscire dal recinto saltando la staccionata perché chi lo fà “è un ladro e un brigante”, ma chi passa attraverso la porta è il Pastore: “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori… cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”.
E qui riecheggia il salmo 23, salmo della fiducia dell’uomo verso Dio, fiducia che nasce da una vicinanza e da una presenza realmente sperimentata “il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”.
Cosa significa per l’uomo di oggi prendere sempre più coscienza di essere guidato nella sua vita, quando l’autonomia e l’autoformazione sono diventate legge alla propria realizzazione? Stare “dietro a” significa riconoscersi anzitutto discepoli e quindi attenti alla voce di un Altro che mette in atteggiamento di continua conversione il cuore e la mente dell’uomo, responsabile della sua vita ma non padrone assoluto di essa.
Scrive Papa Benedetto XVI “il cristiano non è per sua natura l’uomo della stabilità. Anzi è da sempre uomo in viaggio, in cammino di conversione continua. Corro verso chi? Se uno si sente amato, è come attratto da questa persona, sente la necessità di vederla, di stare con essa, di comunicarle tutto ciò che ha dentro: gioie, dolori, fatiche, attese, dubbi, sofferenze”.
Solo se ogni persona, e con lei tutta l’umanità, riprendesse in mano la consapevolezza di essere in cammino allora scoprirebbe la gioia di “stare dietro” a chi si fa conoscere come il Bel Pastore. Sì, “kalòs”, bello, dice il vangelo parlando di Gesù e noi, abituati a chiamarlo Buon Pastore, dimentichiamo una verità più profonda: “Gesù è il Bel Pastore”, di una bellezza che non è solo qualificata come esteriore o interiore, ma rivelatrice dell’unica bellezza di Dio Padre, bellezza d’amore. Così Gesù ci racconta Dio e ce lo racconta come “Dio-Bello”, che rende bella la vita di ogni uomo, dell’umanità intera e, attraverso essa, di tutto il Creato.
La bellezza è un dono ed essa diventa il sapore di un ordine e il buon gusto di un’armonia che lasciano spazio ad ogni singola libertà e ad ogni autentica verità, vivificandole al servizio della convivialità tra uomo e uomo, tra uomo e Dio.