Lo scandalo dell’incarnazione si ripete nel segno del pane e del vino donati da Gesù come sua "carne per la vita del mondo" e come suo "sangue per la vita eterna"; uno scandalo che si evince dalla domanda dei Giudei "come può costui darci la sua carne da mangiare?". Così, la mormorazione diviene il peccato di una incredulità che altro non rivela se non la tensione verso quel Dio che ora si fa conoscere nel suo Figlio Gesù attraverso le sue stesse parole "come il Padre ha mandato me, così anche colui che mangia me vivrà per me". Fin dall’Antica Alleanza, Mosè aveva richiamato il popolo al grande peccato della mormorazione rimproverandolo con l’imperativo "ricordati.. non dimenticare ... Dio ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna".
Ricordare e fare memoria significa ritornare a quell’evento, a quel fatto di salvezza, per riviverlo nell’oggi e diventarne protagonista: la memoria è sostegno del cammino di tutto il popolo eletto verso la Terra Promessa. Così, anche Paolo invita a riflettere sul pane e sul vino che i credenti condividono alla stessa mensa poiché, "benché molti, siamo un solo corpo".
La solennità del Corpo e del Sangue del Signore richiama all’essenzialità del nutrimento della vita di ogni uomo: il pane e il vino simboleggiano il lavoro dell’uomo che impasta farina e pigia acini d’uva, un lavoro che richiede impegno e costa fatica. La vita quotidiana che oggi viviamo è pervasa da una serie infinita di possibilità di scelte che "nutrono" il nostro stesso vivere: famiglia, amicizie, lavoro, hobbies... tutto ha la possibilità di nutrire e alimentare desideri e aspirazioni illudendoci a volte di sollevarci da fatiche, dubbi, compromessi.
Ma l’uomo di oggi a quale banchetto preferisce avvicinarsi per mangiare? Con chi condivide questo momento? Domande che possono sembrare non attinenti alla solennità che, invece, ci riporta immediatamente all’Eucaristia, presenza vera di Cristo morto e risorto in mezzo a noi. Dio ama il suo popolo e lo accompagna nel suo cammino verso la Terra Promessa, sfamandolo con quel dono sconosciuto, la manna -"man hu" (in ebr., "cos’è questo?")- che lo avrebbe nutrito fino a Canaan. E questa sua presenza paterna e costante è ravvivata proprio nelle parole di Gesù "il mio corpo e il mio sangue sono per la vita eterna": proprio in esse i credenti in Cristo comprendono che nutrirsi di quel pane e di quel vino consacrati significa riconoscere di essere in cammino, sostenuti e vivificati nella quotidianità, per la comunione eterna con Dio.
Solo così, rivitalizzati da questo dono d’eternità, ciascuno diventa dono, cibo per l’altro: si spezza sull’altare di una quotidianità che ci vuole invece sempre più distanti e indifferenti gli uni agli altri, incapaci di accoglierci e di sostenerci. Ecco perché, entrando nel quotidiano vivere, ci si accorge di quanto l’uomo nutra la sua esistenza a partire troppo spesso dalle sue ambizioni, dalle sue aspirazioni, dai suoi desideri che prendono forma nelle scelte e nelle relazioni che si intrecciano giorno dopo giorno. A volte resta più facile avvertire un grande peso sullo stomaco per l’ingordigia delle tante parole ascoltate, delle molteplici parole dette e delle infinite cose da fare, che accorgersi del bisogno che abbiamo di un po’ di brezza in questa continua arsura che prosciuga le nostre esistenze: solo da rigenerati, possiamo rigenerare gli altri.
Dice Gesù "mio cibo è fare la volontà del Padre mio", per questo è necessario mettersi di fronte all’Eucaristia e contemplare nelle specie del pane e del vino una pochezza e una fragilità che, nelle nostre mani, altro non fa che svelare il nostro delirio di onnipotenza e di incoscienza che è non "fare la volontà del Padre". Solo se ricordiamo che la parola "convivio" ha la sua radice in "vivere-cum", possiamo comprendere che il dono ricevuto ci nutre e ci rende cibo per gli altri, pronti così per essere "spezzati e donati".